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Chi rifiuta il cambio di mansione ha diritto alla Naspi?

Vediamo in questo post se chi rifiuta il cambio di mansione ha diritto alla Naspi. Può accadere quando un’azienda per evitare il licenziamento di un dipendente gli offre un lavoro alternativo e con uno stipendio più basso. IL cosiddetto repêchage. Cosa dice la legge.

di Redazione

Aprile 2024

Chi rifiuta il cambio di mansione ha diritto alla Naspi? Se cioè, per evitare il licenziamento un datore di lavoro propone al lavoratore una mansione diversa con stipendio ridotto e il dipendente rifiuta, ha diritto a ricevere l’indennità di disoccupazione? Vediamo in questo post cosa dispone la legge quando si rifiuta il cosiddetto repêchage. (scopri le ultime notizie su lavoro, disoccupazione, offerte di lavoro e concorsi attivi. Ricevi le news gratis su WhatsApp, Telegram e Facebook).

Chi rifiuta il cambio di mansione ha diritto alla Naspi? No

Il rifiuto del posto alternativo da parte del dipendente non viene considerato un atto di dimissioni volontarie. Significa che la rinuncia a una mansione alternativa, proposta nell’ambito del repêchage, non comporta automaticamente la perdita del diritto alla Naspi. La legge prevede che il lavoratore conservi il diritto all’indennità di disoccupazione anche se rifiuta il cambio di mansione proposto per evitare il licenziamento.

Risoluzione consensuale e perdita della Naspi

D’altra parte, se il lavoratore e il datore di lavoro decidono di terminare il rapporto di lavoro tramite una risoluzione consensuale, il dipendente perde il diritto alla Naspi. La legge specifica che l’assegno di disoccupazione è destinato solamente a chi perde il lavoro in modo involontario:

Condizione di validità del licenziamento

Il repêchage, però, non modifica la natura dell’atto risolutivo del rapporto di lavoro da licenziamento a dimissioni. È considerato una condizione di validità del licenziamento stesso. Pertanto, anche senza il repêchage, il dipendente può appellarsi al Tribunale per richiedere la reintegra sul posto di lavoro. Questo non limita, però, il diritto del lavoratore di rifiutare una mansione alternativa che non rispetti le sue aspettative professionali o personali.

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Se il dipendente dice no al datore di lavoro, cosa succede?

Quando un lavoratore declina l’offerta di ricollocamento in un’altra mansione proposta dal datore di lavoro, il passo successivo generalmente adottato dall’azienda è procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Questa situazione offre al lavoratore due opzioni legali:

  1. Impugnare il licenziamento: il lavoratore può contestare la legittimità del licenziamento se ritiene che le ragioni organizzative o produttive addotte non siano valide o non siano state adeguatamente dimostrate.
  2. Richiedere l’assegno di disoccupazione: dopo il licenziamento, il lavoratore ha il diritto di rivolgersi all’INPS per richiedere l’indennità di disoccupazione, nota come Naspi.

Qui trovi l’elenco dei documenti per avere la disoccupazione.

Quando si propongono delle mansioni alternative

Diritto di rifiuto senza giustificazioni

Un aspetto da considerare è questo: il dipendente non è obbligato a fornire motivazioni per il rifiuto della ricollocazione offerta dal datore di lavoro. Ovvero, anche un rifiuto senza spiegazioni non comporta penalizzazioni per il lavoratore riguardo al diritto alla Naspi.

Come avere la Naspi in una sola soluzione.

Motivi comuni di rifiuto

Esistono però diverse ragioni legittime per cui un lavoratore potrebbe decidere di rifiutare un posto alternativo, tra cui:

Scopri quanto dura la Naspi.

Situazioni eccezionali

Inoltre, possono verificarsi situazioni eccezionali, come eventi gravi e imprevisti, che impediscono al lavoratore di accettare il nuovo incarico proposto.

A chi spetta l’onere della prova

Nel contesto del repêchage, è il datore di lavoro che deve dimostrare di aver adempiuto all’obbligo di offrire alternative occupazionali valide all’interno dell’azienda. E quindi, la responsabilità di provare l’esistenza di mansioni alternative, anche di livello inferiore rispetto a quelle precedentemente occupate dal lavoratore licenziato, ricade sul datore di lavoro.

È una disposizione che garantisce il lavoratore. Evita che sia penalizzato per aver rifiutato una posizione non adeguatamente compatibile o equiparabile alla sua precedente mansione. Il non adempimento a questo obbligo da parte dell’azienda può quindi portare a un licenziamento considerato illegittimo, offrendo al lavoratore ulteriori basi per impugnare la decisione e richiedere la reintegra nel posto di lavoro o, alternativamente, il diritto a ricevere la Naspi.

Naspi: che cos’è e a chi spetta

Definizione e destinatari della Naspi

La Naspi è un’indennità mensile di disoccupazione. In pratica un sostegno al reddito per coloro che hanno perso involontariamente il lavoro. La Naspi non è disponibile per i lavoratori che hanno lasciato il lavoro volontariamente o con accordi consensuali, se non in specifiche condizioni.

Categorie di lavoratori che hanno diritto alla Naspi

La Naspi è destinata a diverse categorie di lavoratori, inclusi:

I dipendenti a tempo indeterminato delle pubbliche amministrazioni e gli operai agricoli, sia a tempo determinato che indeterminato, non hanno diritto alla Naspi.

Requisiti per la richiesta della Naspi

Per poter richiedere la Naspi, è necessario soddisfare questi criteri:

  1. Essere in stato di disoccupazione, definibile come privo di lavoro e immediatamente disponibile sia alla ricerca che allo svolgimento di un’attività lavorativa;
  2. Avere accumulato almeno 13 settimane di contributi nei quattro anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione.

Situazioni particolari che danno diritto alla Naspi

La Naspi è concessa anche in casi specifici come:

Condizioni di risoluzione consensuale e Naspi

In caso di risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, il diritto alla Naspi può essere riconosciuto solo in contesti particolari, come:

Chi rifiuta il cambio di mansione ha diritto alla Naspi?
Nell’immagine un lavoratore che dice no al suo datore di lavoro: meglio il licenziamento che il demansionamento.

FAQ (domande e risposte)

Il rifiuto di repêchage comporta perdita della Naspi?

Il rifiuto del repêchage da parte di un dipendente non comporta automaticamente la perdita della Naspi. Secondo la legge, rinunciare a una posizione alternativa offerta per evitare un licenziamento non equivale a dimissioni volontarie. Pertanto, il lavoratore continua a essere eleggibile per l’indennità di disoccupazione, a meno che non si verifichi una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro, che escluderebbe il diritto alla Naspi.

Cosa succede se un dipendente rifiuta il cambio di mansione?

Quando un dipendente rifiuta il cambio di mansione proposto nel contesto del repêchage, il datore di lavoro può procedere al licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Questo licenziamento permette al lavoratore di impugnare la decisione se ritiene che non ci siano valide ragioni organizzative o produttive e di richiedere l’assegno di disoccupazione presso l’INPS.

In quali casi un lavoratore licenziato ha diritto alla Naspi?

Un lavoratore licenziato ha diritto alla Naspi nei seguenti casi:

La Naspi non è concessa in caso di dimissioni volontarie non giustificate o risoluzioni consensuali del rapporto di lavoro, a meno che queste ultime non siano riconosciute in una procedura di conciliazione.

Chi ha l’onere della prova nel processo di repêchage?

L’onere della prova nel processo di repêchage ricade sul datore di lavoro. È compito del datore dimostrare che ha offerto valide alternative occupazionali all’interno dell’azienda, adeguatamente compatibili con le qualifiche e le condizioni di salute del lavoratore.

Quali motivi giustificano il rifiuto di un posto alternativo?

I motivi legittimi per rifiutare un posto alternativo includono:

Cosa implica una risoluzione consensuale per il diritto alla Naspi?

Una risoluzione consensuale del rapporto di lavoro generalmente comporta la perdita del diritto alla Naspi, poiché l’indennità di disoccupazione è destinata a coloro che perdono il lavoro involontariamente. Tuttavia, il lavoratore può ancora avere diritto alla Naspi se la risoluzione consensuale è riconosciuta durante una procedura di conciliazione presso la Direzione territoriale del Lavoro, in caso di licenziamento per giustificato motivo oggettivo, o a seguito del rifiuto di trasferimenti non ragionevoli.

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