Il licenziamento disciplinare per giusta causa per le badanti è una delle opzioni che i datori di lavoro hanno per tutelare gli assistiti da una collaboratrice domestica che non adempie ai suoi obblighi di contratto (scopri le ultime notizie su lavoro, disoccupazione, offerte di lavoro e concorsi attivi. Ricevi le news gratis su WhatsApp, Telegram e Facebook).
Indice
Licenziamento disciplinare per le badanti: cos’è?
Prima di addentrarci nel cuore del nostro articolo, come facciamo spesso per gli articoli che riguardano questa classe professionale, è importante chiarire che useremo prevalentemente l’articolo femminile per riferirci alle badanti. Anche per il lavoro domestico, impiegheremo raramente la forma maschile.
Questo perché, contrariamente alla maggior parte dei mestieri e delle professioni di cui parliamo nei nostri articoli, nel nostro Paese le donne che svolgono i ruoli di collaboratrici domestiche sono in numero maggiore rispetto agli uomini.
Il licenziamento disciplinare è una possibilità per il datore di lavoro di recedere dal contratto con una badante che ha commesso comportamenti molto gravi, tanto da essere necessario il suo licenziamento.
In ogni caso si tratta di un’azione che va valutata con molta attenzione e accortezza. Un licenziamento non giustificato di una lavoratrice comporterebbe una gravissima violazione dei suoi diritti e potrebbe provocare una sanzione al datore di lavoro.
Quali sono i casi di licenziamento per giusta causa?
I casi di licenziamento per giusta causa comprendono una serie di violazioni disciplinari, determinato cioè da una grave colpa del dipendente che non consente la prosecuzione del rapporto di lavoro, nemmeno se provvisoria. Tra i motivi ammessi troviamo:
- assenza ingiustificata che dura da diversi giorni;
- il rifiuto a sottoporsi alla visita fiscale di controllo per ripetute volte;
- aver ottenuto un certificato medico che non fotografa il reale stato di salute del lavoratore;
- lo sfruttamento dei permessi 104 per esigenze personali e non legate alla cura dell’assistito.
Altri casi di licenziamento giusta causa: le sentenze della Corte di Cassazione
Quando avviene un licenziamento, molto spesso si arriva in Tribunale per discutere sulla sua legittimità. Così, negli anni, la Cassazione ha pubblicato una serie di sentenze che hanno ampliato i casi convenzionali di licenziamento per giusta causa includendo anche:
- la condotta della lavoratrice che presenti una denuncia penale, poi rivelatasi del tutto infondata e calunniosa, nei confronti del suo datore (Cassazione n. 16342 del 2009);
- il comportamento del cassiere che venga sorpreso a non emettere lo scontrino, come invece previsto dalle responsabilità di legge;
- la condotta della guardia giurata che abbandoni il posto di lavoro, esponendo il cliente a un notevole rischio;
- l’assenza per ferie non autorizzate dal datore (Cassazione 20461 del 2010);
- l’assenza dalla nuova sede a seguito di un ordine di servizio di trasferimento, seppur contestato dal dipendente ma senza l’avvio di un procedimento dedicato in tribunale;
- il comportamento del dipendente che timbra il cartellino di un collega assente (Cassazione n. 24796 del 2010; Cassazione n. 10842 del 2016);
- l’aggressione a un superiore posto in condizione di non potersi difendere dai colpi inferti (Cassazione n. 8351 del 2011);
- la commissione di precedenti disciplinari, contestata come recidiva, seguita da insulti gratuiti rivolti a colleghi e superiori (Cassazione n. 18655 del 2011);
- dipendente che, in seguito a un’operazione condotta dalle forze dell’ordine, venga trovato in possesso di una rilevante quantità di droghe leggere (Cassazione n. 6498 del 2012);
- lavoratore ottiene rimborsi spese per trasferte mai effettuate ma dichiarate come avvenute (Cassazione n. 7096 del 2012);
- l’aprioristico rifiuto di eseguire mansioni ritenute non pertinenti al proprio inquadramento, messo in atto senza l’avallo del giudice (Cassazione n. 12250 del 2012).
- la falsificazione dei rimborsi spese collegati a una serie di trasferte, per ottenere importi maggiori delle spese effettivamente sostenute (Cassazione n. 11663 del 2012).
- la condotta del lavoratore che si faccia rimborsare pasti non consumati e utilizzi in modo indebito l’auto aziendale (Cassazione n. 14480 del 2015).
- l’aver svolto attività extra-lavorative stressanti durante l’assenza per malattia in grado di pregiudicare o ritardare la sua guarigione e il rientro in servizio (Cassazione n. 6054 del 2016).
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Come licenziare la badante per motivi disciplinari
Il licenziamento disciplinare va portato a termine seguendo una procedura ben definita che è possibile riassumere nei seguenti passaggi:
- Invio della contestazione disciplinare:
- la contestazione disciplinare deve essere inviata all’indirizzo di residenza in Italia della lavoratrice. Se questa vive con il datore di lavoro, la lettera viene inviata all’indirizzo del datore alla sua attenzione oppure può essere consegnata a mano.
- Esecuzione del licenziamento:
- il datore può procedere con il licenziamento disciplinare dopo
- 5 giorni dal ritiro della raccomandata, se non riceve una giustificazione;
- dopo 5 giorni dalla tentata consegna.
- Se il lavoratore giustifica l’assenza con un certificato medico, i tempi di licenziamento variano a seconda dell’anzianità di servizio, trasformandosi in licenziamento per superamento del periodo di comporto di malattia, con indennità sostitutiva di preavviso.
- il datore può procedere con il licenziamento disciplinare dopo
- Elaborazione del cedolino di cessazione:
- in caso di licenziamento senza giustificazione dell’assenza, il datore deve elaborare il cedolino di cessazione, includendo tutte le spettanze di fine rapporto (TFR, 13esima, ferie non godute, ecc.).
È consigliato consegnare e conservare firmate una copia del cedolino e della dichiarazione sostitutiva della Certificazione Unica.
Inoltre, il datore deve comunicare la cessazione del rapporto all’INPS entro 5 giorni dalla data di cessazione:
- tramite il Contact Center dell’INPS al numero
- 803.164 da rete fissa;
- 06.164.164 da rete mobile;
- attraverso la procedura telematica disponibile sul sito ufficiale dell’ente.

FAQ sul licenziamento per giusta causa
Cosa succede dopo il licenziamento per giusta causa?
Dopo il licenziamento per giusta causa, il dipendente perde il diritto all’indennità di preavviso, che normalmente viene pagata in caso di licenziamento ordinario.
Il datore di lavoro deve comunque pagare al dipendente tutte le spettanze dovute fino alla data del licenziamento, come il salario per i giorni lavorati, le ferie non godute, la tredicesima mensilità e il trattamento di fine rapporto (TFR). Inoltre, il dipendente deve restituire eventuali beni aziendali in suo possesso, come chiavi, dispositivi elettronici o uniformi.
Il dipendente può contestare il licenziamento per giusta causa?
Sì, il dipendente ha il diritto di contestare il licenziamento per giusta causa se ritiene che non sia giustificato. Per farlo, il dipendente può rivolgersi a un avvocato specializzato in diritto del lavoro o a un sindacato per ricevere assistenza legale.
La contestazione può essere portata davanti al giudice del lavoro, che valuterà se il licenziamento è stato attuato in modo legittimo. Se il giudice ritiene che il licenziamento non sia giustificato, il datore di lavoro potrebbe essere obbligato a reintegrare il dipendente o a risarcirlo economicamente.
Quali sono i diritti del dipendente licenziato per giusta causa?
Anche se il dipendente perde il diritto all’indennità di preavviso, mantiene comunque alcuni diritti. Deve ricevere il pagamento per tutte le ferie non godute, la tredicesima mensilità, il trattamento di fine rapporto (TFR) e qualsiasi altro compenso maturato fino al giorno del licenziamento.
Inoltre, il dipendente può richiedere l’estratto conto contributivo all’INPS per verificare che tutti i contributi previdenziali siano stati correttamente versati dal datore di lavoro durante il periodo di lavoro. Se il dipendente ritiene di essere stato licenziato ingiustamente, può intraprendere un’azione legale per ottenere un risarcimento o il reintegro nel posto di lavoro.
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