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Quando andremo in pensione

Quando andremo in pensione con le norme oggi in vigore? Tra i 60 e i 68 anni. Più di qualcuno dovrà aspettare oltre i 70 anni. Cosa incide, quali sono gli aspetti da valutare e a quanto ammonta l’importo dell’assegno pensionistico quando si esce dal lavoro? Vediamolo insieme.

di Redazione

Febbraio 2024

Quando andremo in pensione? Al momento e con le norme attuali tra i 60 e i 68 anni. Molto difficile accada prima, anzi, per qualcuno l’uscita potrebbe essere oltre i 70 anni. Conta l’età di nascita, quando è iniziata la contribuzione, l’adeguamento alla speranza di vita. Senza considerare le eventuali pause contributive o i riscatti. (scopri le ultime notizie sulle pensioni e su Invalidità e Legge 104. Leggile gratis su WhatsApp, Telegram e Facebook).

Quando andremo in pensione? Cosa considerare

Nella fascia di età tra i 60 e i 68 anni si trova dunque la maggioranza dei lavoratori che accedono alla pensione. Per alcuni cittadini, però, l’età di pensionamento potrebbe estendersi ben oltre i 70 anni. Dipende da caso a caso. Contano diverse variabili. Tra queste: l’anno di nascita e l’età in cui è iniziata la contribuzione. È fondamentale considerare questi aspetti, insieme a eventuali riscatti o pause contributive, per avere un quadro chiaro della propria situazione pensionistica.

La riforma del 2019 ha imposto un temporaneo blocco dell’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Ma a partire dal 2027, dopo l’assorbimento del calo di longevità media dovuto alla pandemia, questo adeguamento è probabile che possa riprendere.

C’è anche una categoria di lavoratori che possono accedere alla pensione con il requisito di vecchiaia: si tratta di coloro che oggi hanno raggiunto i 67 anni di età e possono vantare almeno 20 anni di contributi. Questo gruppo include soprattutto i lavoratori che hanno iniziato a contribuire prima del 1995 (spesso per ovvi limiti anagrafici) e non rientrano nel requisito di pensione anticipata contributiva (ma sono misti: retributivi e contributivi).

Nel prossimo paragrafo spieghiamo cos’è la pensione anticipata contributiva.

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I contributivi puri

Un ruolo significativo soprattutto per l’immediato futuro è legato ai contributivi puri. Coloro che hanno iniziato a versare contributi a partire dal 1996.

Una questione che riguarda in particolare chi è nato dagli anni Settanta in poi. Per accedere a questa forma di pensione anticipata (altrimenti bisogna attendere i 67 anni per la “vecchiaia”), è necessario raggiungere i 64 anni di età con almeno 20 anni di contribuzione. Inoltre, è indispensabile che l’importo della pensione sia almeno pari a tre volte l’assegno sociale, corrispondente nel 2024 a circa 1.325 euro netti al mese.

Questa soglia, tuttavia, può variare in base a diversi fattori. Per esempio, coloro che hanno avuto carriere lavorative discontinue o con retribuzioni più basse potrebbero dover attendere fino a quasi i 70 anni per andare in pensione. E se l’importo della pensione dovesse essere inferiore all’assegno sociale, attualmente pari a 534 euro al mese, si potrebbe arrivare a sfiorare i 75 anni di età per la pensione.

È quindi evidente che una continuità lavorativa e retribuzioni annuali più elevate facilitano l’accesso a una pensione anticipata. Per le lavoratrici con figli, inoltre, le soglie pensionistiche tendono ad abbassarsi, offrendo loro condizioni leggermente più favorevoli.

Quota 103

Un’ulteriore opzione per anticipare la pensione è rappresentata da Quota 103. Con questa formula, è possibile ritirarsi dal lavoro al compimento dei 62 anni di età, a condizione di avere maturato 41 anni di contributi.

Scegliendo Quota 103, si accetta però un ricalcolo integralmente contributivo dell’assegno pensionistico. Il guadagno in termini di tempo può essere limitato: per le lavoratrici è stimato in circa 10 mesi, mentre per gli uomini si estende a 1 anno e 10 mesi.

Come dire: il gioco non vale la candela. Per un anticipo minimo si rischia di avere un assegno pensionistico sensibilmente ridotto.

Come decidere se smettere di lavorare

La scelta di quando smettere di lavorare e accedere alla pensione può variare notevolmente a seconda delle circostanze individuali. Per alcuni, determinare il momento giusto per la pensione è relativamente semplice e si basa principalmente sull’età e sull’anzianità contributiva. Per i lavoratori che hanno iniziato a contribuire dopo il 1996, la situazione è più complessa e spesso sarebbe opportuna la consulenza di esperti previdenziali.

Un aspetto fondamentale per questa valutazione è l’età di inizio della contribuzione, considerata al netto di eventuali interruzioni e riscatti. Ad esempio, chi riscatta la laurea può “portare indietro” l’età di inizio del lavoro, influenzando positivamente l’età di pensionamento. Al contrario, pause e buchi contributivi possono “aumentare” l’età di pensionamento effettiva.

Per il 2024 e il 2025, è prevista in via sperimentale la cosiddetta “pace contributiva”. Questa opzione è disponibile per i lavoratori che hanno iniziato a lavorare dal 1996 in poi e consente di colmare buchi contributivi diversi dal riscatto di laurea, fino al 2023.

Il consiglio per tutti i lavoratori è di acquisire una completa consapevolezza del proprio momento pensionistico secondo le normative vigenti. Successivamente, è fondamentale riflettere sui propri desideri in termini di tempo e risorse necessarie per vivere gli anni della pensione, per elaborare una pianificazione previdenziale coerente con le proprie esigenze e aspettative.

La pensione media e il rapporto con lo stipendio

Un altro aspetto da considerare è il rapporto tra l’importo della pensione e il reddito da lavoro. In media, una pensione in Italia corrisponde a circa il 70% dello stipendio. Questo tasso può però variare: per chi è vicino al traguardo pensionistico e ha iniziato a lavorare presto, la pensione può raggiungere fino all’80% della retribuzione. Al contrario, per chi è più giovane e ha iniziato a lavorare più tardi, la percentuale può scendere a poco più del 60%, a seconda dell’anno di inizio della carriera lavorativa.

Il sistema di calcolo contributivo, in vigore per chi ha iniziato a contribuire dal 1996, favorisce chi ha carriere lunghe e stabili. Ma presenta alcune insidie: il valore della pensione è strettamente legato ai contributi versati, e meno anni si lavora, minore sarà il reddito e, di conseguenza, minore sarà l’importo della pensione.

Ma non solo: questi contributi vengono rivalutati annualmente in base all’andamento del PIL: una crescita economica minore significa pensioni più basse. Infine, al momento del ritiro, il valore dell’assegno dipenderà anche dall’attesa di vita: maggiore sarà la longevità, minore sarà il valore dell’assegno.

Differenza tra uomini e donne

Pensione delle lavoratrici dipendenti

La pensione per le lavoratrici dipendenti, apparentemente simile a quella dei loro colleghi maschi, presenta alcune differenze significative. I tassi di sostituzione, ovvero il rapporto tra pensione e reddito, oscillano tra poco più del 60% e l’80%, del tutto simile ai tassi degli uomini. Ci sono però differenze dovute alle diverse età di pensionamento. Il requisito di pensione anticipata per le donne è infatti di un anno inferiore rispetto a quello degli uomini, essendo di 41 anni e 10 mesi contro i 42 anni e 10 mesi.

Lavorare per un minor numero di anni e avere un’attesa di vita superiore implica, nel sistema di calcolo contributivo, una pensione più bassa. Anche se le pensioni sono percentualmente simili tra i sessi, i valori assoluti differiscono.

Le statistiche mostrano che le retribuzioni delle donne, anche a parità di occupazione, sono mediamente inferiori rispetto a quelle degli uomini, variando tra il 5% e il 20%. Di conseguenza, le pensioni delle lavoratrici sono generalmente più basse.

Importanza della pianificazione previdenziale per le lavoratrici

Per le lavoratrici, pianificare il futuro pensionistico è fondamentale. La loro pensione, tendenzialmente più bassa, deve “durare” per un periodo più lungo a causa della maggiore longevità. Questo comporta la necessità di maggiore risparmio e integrazione pensionistica. Inoltre, una vita più lunga implica una maggiore esposizione al rischio di malattie e acciacchi, richiedendo ulteriori risorse finanziarie.

Pensioni per lavoratori autonomi

Variazioni nella pensione dei lavoratori autonomi

Il valore della pensione per i lavoratori autonomi può variare notevolmente, da poco più del 50% a circa l’80% del reddito. Questa variabilità è dovuta principalmente alla minore aliquota di contributi versati dai lavoratori autonomi rispetto ai dipendenti.

In media, un lavoratore autonomo versa il 24% del proprio reddito in contributi, rispetto al 33% (somma delle quote di lavoratore e azienda) per un lavoratore dipendente. Di conseguenza, i tassi di sostituzione per i lavoratori autonomi sono generalmente più bassi.

Vantaggi e svantaggi del sistema di calcolo retributivo

I lavoratori autonomi vicini al traguardo pensionistico possono beneficiare di un rapporto più elevato tra pensione e reddito, grazie al sistema di calcolo retributivo applicato agli anni lavorati prima del 1995. In questo sistema, il valore dell’assegno non è legato ai contributi versati, ma alla media degli ultimi redditi, rendendo la pensione proporzionalmente più alta. Questo vantaggio ha un costo notevole per le casse previdenziali e sparirà in modo graduale nei prossimi anni (quando in pensione andrà soprattutto chi ha iniziato a versare contributi a partire dal primo gennaio 1996).

Pensione integrativa per i giovani autonomi

Le simulazioni evidenziano l’importanza della pianificazione previdenziale, soprattutto per i giovani lavoratori autonomi. Senza una pensione integrativa, potrebbero affrontare gli anni della longevità con risorse ridotte alla metà.

Pensioni per lavoratrici autonome

Pensione delle lavoratrici autonome: tra il 50% e il 75%

Anche per le lavoratrici autonome, il rapporto tra pensione e reddito può variare notevolmente. Tuttavia, per coloro che hanno iniziato a lavorare dal 1996, vi sono novità significative per il 2024. Riguardano la pensione anticipata contributiva.

Modifiche alle soglie di pensione anticipata per le lavoratrici autonome

Queste modifiche sollevano dibattiti su come bilanciare la riduzione dell’assegno pensionistico dovuta alla maternità, senza discriminare chi non ha figli. La nuova normativa punta a una distinzione più equilibrata, ma complica l’analisi..

Conclusioni

In conclusione, comprendere quando andremo in pensione e quali saranno gli importi è fondamentale per una pianificazione previdenziale adeguata. In Italia, l’età pensionabile varia tra i 60 e i 68 anni, con possibilità di variazioni a seconda di diversi fattori, quali l’età di nascita, l’inizio della contribuzione e la speranza di vita. È importante tenere presente che per alcuni lavoratori, soprattutto quelli con carriere discontinue o bassi redditi, l’età pensionabile potrebbe estendersi oltre i 70 o perfino i 75 anni.

Le opzioni pensionistiche disponibili, come i contributivi puri e Quota 103, offrono diverse possibilità di pensionamento anticipato, ma con specifiche condizioni e conseguenze. Inoltre, la scelta di smettere di lavorare e accedere alla pensione varia notevolmente in base a fattori individuali, richiedendo in alcuni casi il supporto di consulenti previdenziali.

Il valore della pensione, in generale, rappresenta circa il 70% dello stipendio, con variazioni in base all’età di inizio della carriera lavorativa e al sistema di calcolo contributivo. È fondamentale considerare che meno anni di lavoro e un reddito inferiore si traducono in una pensione più bassa.

Si osservano anche differenze significative nella pensione tra uomini e donne, nonché tra lavoratori dipendenti e autonomi. Le lavoratrici, in particolare, devono affrontare sfide uniche nella pianificazione del loro futuro pensionistico, dovute a retribuzioni generalmente inferiori e a una maggiore aspettativa di vita.

Quando andremo in pensione?
Nell’immagine un uomo e una donna in procinto di andare in pensione.

FAQ (domande e risposte)

A che età si va in pensione attualmente in Italia?

Attualmente in Italia, l’età per andare in pensione si colloca tra i 60 e i 68 anni. Tuttavia, questa fascia può variare in base a diversi fattori, rendendo difficile un’uscita anticipata dal lavoro. Per alcuni individui, in particolari circostanze, l’età pensionabile potrebbe persino superare i 70 anni.

Come influisce l’anno di nascita sulla pensione?

L’anno di nascita ha un impatto significativo sull’età pensionabile. Determina il momento in cui un individuo inizia a contribuire al sistema previdenziale e, di conseguenza, influisce sull’età in cui sarà possibile accedere alla pensione. Inoltre, l’anno di nascita è un fattore chiave nell’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita.

Qual è il requisito per la pensione contributiva pura?

Il requisito per la pensione contributiva pura si applica a coloro che hanno iniziato a versare contributi a partire dal 1996. Questo requisito permette di andare in pensione a 64 anni di età con almeno 20 anni di contribuzione, a condizione che l’importo della pensione sia pari ad almeno 3 volte l’assegno sociale, ovvero circa 1.325 euro netti al mese.

Cosa comporta una carriera lavorativa discontinua sulla pensione?

Una carriera lavorativa discontinua può ritardare l’accesso alla pensione. Per chi ha redditi più bassi o periodi di non contribuzione, il raggiungimento dell’età pensionabile può slittare verso i 70 anni o oltre. Inoltre, per chi percepisce una pensione inferiore all’assegno sociale, l’età pensionabile potrebbe avvicinarsi persino ai 75 anni.

Qual è la percentuale media della pensione rispetto allo stipendio?

La percentuale media della pensione rispetto allo stipendio in Italia è circa il 70%. Questo rapporto varia a seconda dell’età di inizio del lavoro e dell’età di pensionamento. Per chi ha iniziato a lavorare presto e si avvicina al pensionamento, la pensione può raggiungere l’80% del valore della retribuzione, mentre per chi ha iniziato più tardi, può scendere a poco più del 60%.

Come varia il valore della pensione per i lavoratori autonomi?

Il valore della pensione per i lavoratori autonomi varia tra poco più del 50% e l’80% del loro reddito. Questa grande variabilità è dovuta al fatto che i lavoratori autonomi versano meno contributi rispetto ai dipendenti. Per chi è vicino al pensionamento e ha beneficiato del sistema di calcolo retributivo (per gli anni lavorati entro il 1995), la pensione può essere proporzionalmente più alta. Tuttavia, questo vantaggio comporta costi maggiori per la collettività.

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